Dark Shadows

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Da quanto aspettavo questo momento! Da quanto volevo togliermi dalla mente la terribile immagine di Alice che taglia la testa al Ciciarampa tra fiumi di melassa Disney. E che dire…c’è riuscito. Parliamoci chiaro, chi mi conosce e chi legge le mie recensioni sa cosa penso di Tim Burton. Non tanto per il suo essere pop perché sono uno di quelli che ama alla follia film come Ed Wood o Sweeney Todd, né tantomeno perché sia effettivamente od oggettivamente un regista di quelli che fanno la storia. Questo non lo so e non mi sento di dirlo, ma cosa certa è che sarà perché abbiamo gli stessi gusti, sarà perché fa sempre riferimenti al cinema che mi piace, riesce a toccare le mie corde interiori. Come se facesse film ad hoc per me…insomma, mi fa andare in brodo di giuggiole.

Come tendo a fare per i suoi lavori sarò particolarmente analitico nel recensirlo, quindi preparatevi a “fiumi di parole” come direbbero i Jalisse (ah ah).

Trama: “Nel 1752 Joshua e Naomi Collins, insieme al figlioletto Barnabas, salpano da Liverpool, in Inghilterra, in cerca di una nuova vita negli Stati Uniti. Neppure l’oceano, però, è sufficiente a sfuggire alla maledizione che ha colpito la loro famiglia. Due decenni dopo Barnabas si è sistemato nella cittadina di Collinsport, Maine. Signore della tenuta Collinwood Manor, Barnabas è ricco, potente ed è un vero playboy, ma compie l’errore fatale di spezzare il cuore di Angelique Bouchard. Angelique è una strega e gli assegna un destino peggiore della morte: lo trasforma in vampiro e lo fa seppellire vivo. Dopo duecento anni la tomba di Barnabas viene inavvertitamente aperta liberando il vampiro nel 1972, in un mondo molto diverso da quello di cui aveva memoria. Barnabas fa ritorno a Collinwood Manor per scoprire che la sua casa è andata in rovina, ma che gli eredi della sua eccentrica famiglia vi risiedono ancora, ognuno con i propri segreti oscuri. Per risolvere i problemi di famiglia, la matriarca Elizabeth Collins Stoddard ha addirittura ingaggiato una psichiatra, la dottoressa Julia Hoffman. Nella tenuta risiedono anche il fratello di Elizabeth, Roger Collins, con la figlia adolescente Carolyn Stoddard e col precoce erede di Roger, il piccolo David Collins di 10 anni. Il mistero si estende oltre la famiglia, fino al custode Willie Loomis ed alla nuova tata di David, Victoria Winters“.

Prima cosa che salta all’occhio è che Dark Shadows non  un lavoro classico. Non lo è anzitutto perché non ha un registro unico, non posso dire se sia un film fantastico, una soap opera, un film romantico, un horror. E’ un po’ la fusione di tutti questi elementi, è quel genere di film che spiazza perché non sai mai se ridere o se piangere, se spaventarti o cosa. Non vorrei citarlo subito ma credo che parte di questo modo di fare sia tratto dal nostro buon Ed Wood, con i suoi B movies sgangherati ricchi di parti e generi differenti mescolati senza troppo criterio in unica pellicola. È positivo questo? È negativo? Chi può dirlo. Certo è che non è il classico cinema e per questo può risultare strano, insolito, inconcludente, può certamente non piacere. Eppure per chi come me ama questo genere di cose siamo davvero a cavallo!

SPIRITO HORROR
Il film vista la tematica ha naturalmente uno spiccato spirito horror, che si declina tra citazioni e richiami a vecchi film del regista e alla generale storia del genere. La prima parte del lavoro (una sorta di “prologo” della storia con le origini di Barnabas e della sua maledizione) è diretta come un vero e proprio film gotico, tra alberi spogli, lunghe notti e tanta nebbia, oltre naturalmente all’ambientazione settecentesca. Diretta con estremo rigore e sobrietà è la parte più “seria” del film e richiama alla memoria le ambientazioni di Sleepy Hollow e di alcuni lavori di Mario Bava. Burton non si risparmia nemmeno qualche tocco (molto soft) di splatter, con il classico sangue dal colore incredibilmente acceso che schizza qua e là durante gli omicidi del vampiro protagonista, un po’ alla Sweeney Todd se vogliamo. Da sempre appassionato alla figura del vampiro (anche se mai toccata direttamente in un film), trasforma il Barnabas della serie originale in un vampiro bianchissimo che sembra fisicamente il primo Dracula cinematografico interpretato da Max Schrek nel celebre Nosferatu di Murnau. Orecchie un po’ a punta e dita lunghissime con unghie appuntite, ricorda volutamente nelle movenze la sobrietà e l’eleganza del Dracula di Bela Lugosi (fino ad arrivare ad una citazione diretta quando ipnotizza le persone) e a quello di Cristopher Lee, presente peraltro in un breve cameo:  Burton ha voluto insomma ripercorrere i tre vampiri classici del cinema, dall’espressionismo tedesco ai film della Universal, a quelli della Hammer.

COMMEDIA
Dark Shadows è tratto da una soap opera e può essere visto fondamentalmente come una commedia. Questo non tanto perché ci siano battute fatte per divertire direttamente o per virare il tutto sul comico, ma perché ogni scena ed ogni piccola sfumatura della storia è diretta con un leggero e sano umorismo, di quello che fa ridere/sorridere senza bisogno che lo facciano i personaggi della storia o senza la necessità di situazioni divertenti nel loro essere. La sceneggiatura sarebbe stata benissimo in piedi senza rendere le scene così leggere, ma il regista ha voluto infondere questo spirito a tutta la pellicola come da suo tipico modo di dirigere. Mi ha ricordato un po’ lo stile del film Ed Wood, anche se a pensarci Dark Shadows è senza dubbio il film più divertente della sua filmografia.

TRASH
Aspetto che non poteva mancare è quello del trash, ormai fiore all’occhiello di Burton dopo film come Mars Attacks! e generalmente in quasi tutti gli altri. Naturalmente voluto e controllato esce fuori inaspettatamente tra battute davvero “fredde” da humor inglese, e in alcune scene che non voglio anticiparvi (tra le quali una con esplicita citazione di “L’esorcista”). Aiuta senza dubbio l’anima più leggera della pellicola, facendola diventare più digeribile ai palati difficili.

NUOVI ELEMENTI
Al di là dei classici aspetti burtoniani più o meno ripresi in varia misura, questo lavoro mi ha stupito perché introduce nella filmografia del regista degli elementi davvero nuovi, che sinceramente non mi sarei mai aspettato. La dimensione del sesso anzitutto era da sempre “bandita” dai suoi film, tranne forse (a pensarci) in una brevissimissa scena del primo Batman. Qui invece si fa più volte riferimento al sesso, e in maniera davvero esplicita anche se sempre funzionale alla dimensione divertente della pellicola.

Altro tema appena sfiorato nei suoi lavori è quello del mondo anni ’70, che ci viene dipinto qui in maniera meravigliosamente caricaturale, tra hippies tossici che pensano in maniera disillusa alla pace nel mondo, colori incredibilmente accesi e psichedelici e musiche rock americane. Ho davvero apprezzato il modo di descrivere quegli anni in quanto davvero originale e visivamente intrigante.

Anche il tema dell’amore non è tra i più congeniali di Burton visto che nei suoi lavori anche se presente non è mai così pregnante (Big Fish a parte): l’amore tra Edward e Kim, il legame tra Sweeney e Mrs. Lovett, tra Bruce Wayne e Selina Kyle, non sono certamente grandi storie d’amore. Tra le tante sotto-trame di Dark Shadows la liaison di Barnabas con la sua amata prima e la sua “reincarnazione” poi è tema centrale. Non ci sono certamente grandi baci o grandi emozioni, ma ho apprezzato la maniera dolce, leggera e sentita in cui viene trattato questo tema. Anche qui un Burton particolarmente inedito.

IL DIVERSO
Tra gli elementi della pellicola non poteva mancare quello che a mio parere è il tema principe della filmografia di Burton: il diverso. Ne ho già parlato ampiamente nei miei commenti “Tim Burton e il mostro” e devo naturalmente citarlo anche qui. Barnabas Collins è un diverso per eccellenza, è un vampiro in mezzo a tanti umani, è un personaggio del ‘700 negli anni ’70, una presenza oscura nella cittadina di Collinsport. La diversità si declina però anche in quasi tutti gli altri personaggi che compongono questa strana famiglia: la dottoressa Hoffman è un’alcolizzata, il piccolo David Collins vede i fantasmi, Carolyn vorrebbe vivere i suoi anni in una grande città e si sente estranea a quella cittadina di pescatori. Ma l’apice lo si tocca soprattutto con Victoria, un personaggio estremamente Burtoniano per genesi e storia; non voglio anticipare nulla ma ho trovato il flashback relativo alla sua infanzia una parte molto struggente, descritta con cinismo ma al contempo un amore che rende chiarissima ancora una volta la tematica principe del regista.

Sulle interpretazioni c’è davvero poco da dire: ne sono rimasto entusiasta! Il buon Depp al di là che in molte mimiche ripete sé stesso è stato ottimo, non riuscirei a pensare a nessun altro attore in grado di interpretare un personaggio i maniera così aderente al taglio che vuole darne il regista, certamente l’alchimia tra i due ha raggiunto livelli incredibili…forse perché attingono entrambi dallo stesso immaginario. Ottima anche Eva Green, attrice che per me può dare veramente tanto. Il suo modo di camminare con le spalle un po’ ricurve, lo sguardo penetrante e crudele, le mimiche facciali: un’attrice coi contro-c*zzi che spero di vedere un po’ più spesso al cinema. Meravigliosa e perfettamente nella parte la divina Michelle Pfeiffer, che dopo il ruolo di Catwoman torna a lavorare a distanza di 20 anni con Burton; Tim, chiamala più spesso ti prego! Molto buoni inoltre i personaggi “minori”, anche se come al solito devo sottolineare la bravura di Helena Bonham Carter nel fare sempre personaggi un po’ “fuori”…direi che anche lei ha una certa “alchimia” col regista eh eh.

Le musiche sono state affidate ancora una volta all’altro feticcio di Burton, il buon Danny Elfman. Devo dire che questa volta non mi hanno fatto particolarmente impazzire (per dire, quelle di Alice erano meglio!) anche perché mancava un tema ricorrente o scene così emozionali da avere necessità di un forte accompagnamento musicale. Ottime invece le musiche non originali che completano nella migliore delle maniere la visione burtoniana degli anni ’70.

Assolutamente nelle mie corde le scenografie (Collinwood mi ha stregato nel suo aspetto così tremendamente gotico), i colori della pellicola come al solito giocati tra sfondi cupi/tendenti al bianco e nero e particolari coloratissimi, e le luci che in alcuni tratti mi hanno ricordato l’amato Mario Bava. Anche tecnicamente un ottimo lavoro insomma…

Perché dopo questo papiro di lodi sperticate non ho dato il massimo a questo lavoro? Ahimè per la “maledizione della deliranza” come la chiamerei io, ovvero per un finale che in qualche minuto sgretola il perfetto equilibrio creato fino a quel punto scadendo nel blockbuster. Ho come l’impressione che i produttori gli abbiano detto “Tim, ok, fai pure quello che vuoi…ma nel finale DEVI strizzare l’occhio per vendere qualche copia”. E se la cosa da un lato la capisco, dall’altro mi fa andare in bestia. Un lavoro così strano, così “weird-cool” si meritava un finale degno, senza andare a tirar fuori delle giganti bistecche da mettere sul fuoco all’ultimo minuto. E senza scimmiottare (e bisogna dirlo) un altro film conosciuto degli ultimi anni….mio dio, sto male solo a pensarci. Se si fosse chiuso con la sobrietà di “Ed Wood” sarebbe stato davvero un capolavoro. Peccato…


DARK SHADOWS

Tim Burton, USA 2012, 113′
VOTO (Max 5)

VOTO RISATA
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About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.