Dallas Buyers Club

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dallas_buyers_club.png Giornata uggiosa…quale miglior rimedio a tutta questa pioggia di un bel film “da oscar”? Mi sono quindi lanciato “a scatola chiusa” a vedere questo Dallas Buyers Club speranzoso di uscire dalla sala con qualche fazzoletto bagnato e molti pensieri per la testa. Peccato che la magia del “vado a vedere un film di cui so poco e rimango felicemente sorpreso” questa volta non abbia funzionato.

Facendo due conti poteva essere davvero un gran film. Una storia di emarginazione potenzialmente ricca di una grande morale, un cast quasi certamente azzeccato (due golden globe vinti per il miglior attore protagonista/non protagonista), sei nominations agli Oscar (tra le quali “miglior film” e “miglior sceneggiatura”, mica banane!) e moltissimi altri premi minori vinti qua e là. Cosa, cosa poteva andare storto in una pellicola con queste credenziali?

Vediamo anzitutto la trama: “Il film racconta la vera storia di Ron Woodroof, un elettricista a cui nel 1986 viene diagnosticata l’AIDS, e a cui rimangono sei mesi di vita. Deciso a non arrendersi, l’uomo tenta una cura alternativa con farmaci sperimentali”.

Il lavoro parte nel migliore dei modi nel presentarci il protagonista, il classico texano omofobo amante delle belle donne (soprattutto quelle che si fanno pagare), del jack Daniel’s e per sua sfortuna di innumerevoli altri vizi quali la droga. Un uomo chiuso in sé stesso, chiuso nelle sue convinzioni più che conservatrici, riluttante di tutto ciò che può allontanarlo dal “branco” e dalla sua normalità vissuta e ostentata in lungo e in largo quasi come fosse l’unica cosa che conta, quasi come se l’apparire “normali” sia l’unica ragione di vita. Ma a differenza di tante storie simili (e questo è un bel punto di originalità della pellicola, di quell’originalità che solo le storie vere come questa possono avere) non c’è per nulla una dissociazione tra l’apparenza e l’essere del personaggio, lui effettivamente è così.

Ron è in tutto e per tutto quell’uomo omofobo, lui ha veramente paura di essere il diverso, forse per qualche tarlo messogli in testa, per paura della solitudine o per semplice ignoranza. Ecco, quest’uomo si trova nella paradossale situazione di prendersi una malattia come l’AIDS (da un rapporto non protetto con una donna), da tutti erroneamente riconosciuta come “la malattia dei gay”. Che di per sé è vero per la maggior parte dei casi ma non per tutti; essendo l’HIV un virus trasmissibile sessualmente lo può trasferire chiunque a chiunque altro, basta avere rapporti non protetti con persone “infette” (bruttissima parola, lo so). Ma nella società omofoba in cui è cresciuto e di cui faceva parte Ron l’equazione era molto più semplice: hai l’AIDS? Sei omosessuale, ergo sei da emarginare, detestare.

Il protagonista si trova così a dover cercare un suo “nuovo” posto nel mondo, si trova per forza di cose fuori dalla sua stessa vita, dai suoi gruppi di amici, dalle sue frequentazioni, dal “branco” così cieco da non accorgersi che quel malato è comunque l’amico di sempre, un branco pronto solo a puntare il dito e ad auto-mantenersi con le sue caratteristiche allontanando, emarginando. Ed è a causa di questa terribile esperienza che il nostro protagonista conosce Rayon, un travestito malato di AIDS che diventerà presto suo braccio destro e amico nel profondo.

Cosa non va in questo film? Tutto quello che ho scritto fin qui, tutto questo popò di roba emotivamente e umanamente pregnante, si inabissa in un mare di parole e situazioni che al posto di portare al centro le vicende umane mettono perennemente l’accento sul traffico di farmaci dei protagonisti, facendo diventare un potenziale film da grandi pianti (che ogni tanto ci vogliono eh eh) un lavoro particolarmente piatto, pieno di nomi di medicine che non si ricordano, pieno di cavilli e questioni che ricordano più i classici lavori americani sulle cospirazioni delle cause farmaceutiche et similia.

La parte umana certo rimane, rimangono ogni tanto sprazzi di amicizia, di sincera gratitudine, di speranza, di amore. Ma la regia di Jean-Marc Vallée alla fin fine sembra del tutto disinteressata a queste tematiche, sembra voler solo far andare avanti la storia per quella che meramente è. E la cosa si nota soprattutto in quei punti che potevano essere emozionalmente più pregnanti ma che rimangono del tutto anonimi. Colpa anche di scelte registiche a mio parere non azzeccate, come il non mettere mai la musica ed un persistente e invasivo utilizzo del sonoro (che in alcuni tratti però, bisogna ammetterlo, non è niente male).

Molto buone come mi aspettavo le interpretazioni di due scheletrici Matthew McConaughey e Jared Leto, molto bravi nelle rispettive parti ma a mio parere non così tanto da meritare tutte quelle lodi sperticate e quei premi che si sono portati a casa. Molto bravi certo (soprattutto ottima la loro incredibile trasformazione fisica), ma nulla più, il trasporto emotivo è davvero poco a mio parere. Brava anche Jennifer Garner, alla quale non avrei dato nemmeno una chance.

DALLAS BUYERS CLUB
Jean-Marc Vallée, USA 2013 (uscita italiana 2014), 117’
VOTO (Max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.