Coco

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Sono un musicista, un amante dei film Pixar e un interessato conoscitore delle tradizioni messicane inerenti la celebrazione dei morti, che nel loro essere cattoliche da una parte ma con profondissime radici pagane dall’altra sorpassano le nostre buie, tristi e lacrimose festività di fine ottobre con allegria, colori, vitalità ed anche un certo accento macabro di Halloweeniana memoria. Un film come Coco che in sostanza parte da questi tre elementi non poteva quindi che convincermi.

Trama: “Miguel è un ragazzino messicano con un grande sogno, quello di diventare un musicista. Peccato che nella sua famiglia la musica sia bandita da generazioni, da quando la trisavola Imelda fu abbandonata dal marito chitarrista e lasciata sola a crescere la piccola Coco, adesso anziana e inferma bisnonna di Miguel. Il Dia de Los Muertos (giorno in cui si celebrano i propri defunti) , però, stanco di sottostare a quel divieto, il dodicenne ruba una chitarra da una tomba e si ritrova a passare magicamente il ponte tra il mondo dei vivi e quello delle anime”.

Il cinema si è interrogato spesso sul significato della famiglia in tutte le sue declinazioni anche più moderne. In questo contesto l’idea di tornare a trattare anche di famiglia intesa nel senso più tradizionale del termine pescando come setting uno dei paesi più tradizionalisti al mondo ai giorni nostri (il Messico), è risultata a mio parere una buonissima idea per parlare di qualcosa che tutti noi conosciamo (la famiglia intesa come legame di sangue) e di approfondire la visione che un popolo ha della stessa. Il legame di sangue se vissuto con l’affetto e l’intensità che si vede in questa numerosa famiglia è qualcosa di talmente speciale da trascendere addirittura la morte, e da poter diventare (come si vedrà anche sul finale del film) l’unica ancora di salvezza in situazioni difficili.

Ma non è tutto oro quello che luccica, e infatti il lavoro ci vuole anche parlare della difficoltà di esser sé stessi in un contesto famigliare e sociale che ha già deciso per te, che sa già quello che (necessariamente) diventerai indipendentemente dai tuoi sogni e dalle tue aspirazioni. Un tema anche qui abbastanza tradizionale, che però viene gestito per tutta la durata del film in maniera devo dire molto bella, senza particolari scivoloni nello scontato.

La cosa che stupisce più della pellicola non è però legata alla trama (più sotto vi spiego anche il perché) ma decisamente all’aspetto visivo. La computer grafica del film mi ha lasciato davvero sbalordito per la  perfezione (più che mera precisione) dei dettagli, per la resa delle luci, per alcuni effetti visivi da lasciare a bocca aperta. E in tutto questo la regia di Lee Unkrich e Adrian Molina è estremamente cinematografica, i movimenti di macchina, le inquadrature e soprattutto la scelta della fotografia, fanno di Coco un lavoro di una fattura incredibile. Il regno delle anime soprattutto non può lasciare indifferenti per la sua maestosità, per le luci coloratissime, per la realizzazione visiva di personaggi ed ambientazioni che a memoria non ho mai visto a questi livelli , forse addirittura più che in Inside Out.

Oltre a questo ho apprezzato molto anche le canzoni presenti (anche se ovviamente avrei preferito sentirle in originale…è più forte di me) e lo spirito divertente della pellicola nonostante abbastanza contenuto (non ci si sbellica dalle risate). Il film come da tradizione Pixar ha certamente in testa un pubblico che va oltre il bambino di sei anni (come quello che avevo in sala dietro di me…ciao bambino, ti saluto e ringrazio la tua mamma che ti ha tenuto lì nonostante tutto il tempo in cui hai pianto ah ah) esplicitato da alcuni riferimenti impossibili da capire per chi non ha una certa età, oltre che per il tema e il senso generale della pellicola che sicuramente i piccoli non possono aver compreso fino in fondo.

Nonostante questa sfilza di lati positivi non ho potuto tuttavia non trovare qualche punto un po’ scricchiolante, che non me lo fa mettere ai livelli dei capolavori Pixar. Anzitutto mi è sembrato che il film riciclasse (anche se in maniera ottima, bisogna dirlo) alcune idee già viste in lavori similari, sia nelle sue linee generali sia in qualche dettaglio. Mi viene subito in mente una delle scene che mi ha più toccato, in cui ci viene spiegato cosa succede a un morto dopo che sulla terra ci si è dimenticati di lui, scena molto bella ma ahimè ripresa pari pari dal meraviglioso Inside Out.

Ma senza andare a vedere il particolare possiamo anche parlare del cuore della pellicola: Tim Burton è sempre stato un appassionato del Dia de Los Muertos, e infatti nel suo La sposa cadavere ha voluto prenderlo ad ispirazione (sebbene non citandolo esplicitamente come in questo lavoro) per la creazione del mondo dell’aldilà, fatto di scheletri ballerini, luci e colori fluorescenti, esattamente come in Coco. Anche l’idea dei morti che si ricongiungono con i propri affetti sulla terra creando scene emozionali (nonostante la giustapposizione di un cadavere e di persone in carne e ossa) è idea del film di Burton, ed anzi quelle scene rappresentano forse il suo senso più intenso e profondo. Il film Pixar però su questo aspetto va avanti un po’ con il freno a mano tirato, non vuole osare troppo forse per paura di non essere Disneyano (ricordiamo che la Disney è quella che non ha voluto produrre Nightmare before Christmas perché non accettava come protagonista un teschio senza occhi). I cadaveri di Burton qui diventano tutti dei simpatici scheletri con mobilità facciale esattamente come se avessero il viso coperto di pelle, con delle decorazioni colorate sul teschio e dei grandi occhioni tipo Bambi. E ok, ci sta, ma questa ed altre piccolezze come il non parlare quasi mai direttamente di morte, giorno dei morti, mondo dei morti, lo fa essere un po’ troppo “politically correct” per i miei gusti.

Il problema principale comunque è forse che la Pixar in questi anni ha alzato talmente tanto l’asticella che le aspettative non possono che essere altissime. Ci si aspetta sempre di uscire dal cinema dopo aver visto un film per bambini ma anche adulto, un film che diverte ma anche commuove, un film tradizionale ma nel suo complesso originale. Ragazzi, obiettivamente non può essere così; Coco è un film davvero molto bello, ma è ovvio che essere uscito dopo film come Up, Inside Out o Tot Story 3 non ha giocato a suo favore, benché rimanga comunque molto più interessante cinematograficamente parlando della media di tutti i film di animazione in circolazione.


COCO

Lee Unkrich e Adrian Molina, USA 2017, 109’
VOTO(Max 5)
8

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.