Chiamami col tuo nome

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Ho fatto bene a non scrivere una recensione di getto. Sono uscito dal cinema con una strana sensazione addosso e ho realizzato solo con il senno di poi che avevo semplicemente bisogno di “digerire” questo film prima di poterne parlare. Ed ora sì, posso concordare con Paul Thomas Anderson e Pedro Almodóvar: “Chiamami col tuo nome” è il miglior film dell’anno o almeno per me è quello che, tra lavori candidati all’Oscar che ho già visto, merita la statuetta più ambita. Sono anche sicuro che il “The Shape of water” di Del Toro potrà farmi girare la testa anche di più, ma questa è un’altra storia…

Trama: “Estate 1983, tra le province di Brescia e Bergamo, Elio Perlman, un diciassettene italoamericano di origine ebraica, vive con i genitori nella loro villa del XVII secolo. Un giorno li raggiunge Oliver, uno studente ventiquattrenne che sta lavorando al dottorato con il padre di Elio, docente universitario. Elio viene immediatamente attratto da questa presenza che si trasformerà in un rapporto che cambierà profondamente la vita del ragazzo”.

Sarò sincero, non ho un buon rapporto con Luca Guadagnino. Melissa P. è un film che ha fatto scandalo ma che secondo me era assolutamente soprassiedibile, mentre “Io sono l’amore” (quindi sì, ho visto solo due suoi lavori), benché abbia una ipnotica Tilda Swinton e un aspetto visivo meraviglioso, l’ho recepito come un mattone, un mattone soporifero. Magari era la sera sbagliata, dovrei riguardarlo, non so. La stessa sensazione l’ho avuta partendo dai meravigliosi titoli di testa fino a tutta la prima parte di questo film, sono rimasto incantato o quasi ipnotizzato da quelle immagini così precise, così studiate, lo sono stato talmente tanto che mi sono quasi innervosito, ve lo posso giurare. Nel senso, mi sembrava davvero tutto troppo patinato, troppo perfetto ma anche tutto troppo algido se vogliamo, cosa aiutata da una storia ambientata in un mondo da una parte vicino a me (l’Italia del nord, anche se nei primi anni ’80) ma dall’altra distante. C’è questa ricca famiglia borghese in cui sono tutti molto acculturati, è estate ma loro al posto di andare alla sagra della porchetta pensano all’archeologia, alla letteratura, mentre il protagonista di diciassette anni trascrive spartiti e suona divinamente il suo piano. Gente noiosa verrebbe da dire, e invece il “problema” è che sono tutti molto “cool”: genitori amorevoli, premurosi e di mentalità aperta e i due protagonisti belli, ben vestiti, ammirati e pieni di persone intorno. Avevo quasi la sensazione di sfogliare le pagine di Vogue e mi mancava terribilmente quel senso di “mani sporche”, quella vitalità passionale alla Almóvar o quel realismo sentimentale sincero alla Fellini. Finche scorrevano quelle immagini ero quasi infastidito, ho pensato addirittura che Guadagnino fosse stato presuntuoso nel dipingere una realtà così.

E invece la mia, facendo un po’ di autoanalisi, era della semplice, sana e comprensibile invidia. Il film (ma credo anche il libro da cui è tratto, che non ho letto) vuole davvero dipingere una situazione del genere da utilizzare come premessa per una storia in cui va effettivamente tutto bene, una storia che eliminando ogni qualsiasi agente esterno negativo (non prendetelo come uno spoiler, il succo della situazione è ben altro!) permette di concentrarsi sulla normalità di una situazione quale può essere la crescita di un ragazzo e il suo scoprire nel passaggio alla maggiore età le proprie pulsioni, la passione e l’amore. L’essenza di questo lavoro è assolutamente da teen movie: le vicende sono narrate in poche settimane d’estate, i ragazzi escono insieme, ci sono i primi baci, le prime esperienze sessuali, nulla di cui stupirsi. Sovrapposta a questa c’è però la storia omosessuale tra il giovane protagonista e questo ragazzo molto più grande, che in maniera assolutamente perfetta viene narrata con una semplicità, una profondità ed un realismo meravigliosi, espressi tramite le mille sfaccettature dell’amore.

Sì perché la cosa che mi ha stupito del film è che nella realtà “patinata” di cui parlavo sopra pian piano si apre un varco di verità e sincerità che se dapprima sconvolgono un po’, successivamente ti si attaccano addosso. L’innamoramento tra i due non ci viene presentato con le classiche scene che potremmo aspettarci da un “Tre metri sopra il cielo” qualunque, ma dalla complessità e completezza che si trovano nelle vere storie d’amore. Dapprima il conoscersi, lo studiarsi, la nascita di una celata ammirazione reciproca, le chiacchierate insieme, la gioia di condividere momenti, e poi la contemplazione da lontano del corpo dell’altro (siamo in estate, siamo stati tutti ccciofàni quindi capite di cosa sto parlando), la nascita dell’attrazione fisica che diventa una sessualità vissuta a pieno quasi ossessiva, fino ad arrivare ad echi feticisti. E la bellezza di tutto questo è che non è veicolata come in Melissa P. da una protagonista (passatemi il termine) un po’ z*ccola e non è edulcorata come nei film romantici o resa scherzosa come nelle commedie sexy, ma è tutto molto reale e sentito, perché le relazioni non sono mai solo una cosa o solo l’altra, ma sono un complesso di tutto questo, sono l’insieme dei silenzi in cui vorresti urlare, sono le attese di un gesto da parte dell’altro, le farfalle nello stomaco e gli sguardi nascosti, la felicità e le risate nello stare insieme ma sono anche il voler fare l’amore di continuo o il desiderio di toccare e di sentire l’altro. Ci sono scene a riguardo (penso a quella della pesca…) che sono davvero molto ma proprio molto allusive, o che ti mostrano (sempre con grazia vero, non è un porno ah ah) situazioni che per molti benpensanti potrebbero essere quasi uno shock al cinema, ma che io vedo come semplicemente vere, vere e libere da inutili edulcorazioni e censure. Faccio un applauso a Guadagnino perché un film così pienamente e completamente sincero non lo vedo da molto tempo!

Sempre parlando di libertà di essere e di rifiuto delle convenzioni (su chi amare ma anche su cosa mostrare sullo schermo al cinema) mi è piaciuto molto che Elio (il protagonista) non si precludesse nulla ma anzi vivesse appieno la sua giovane età provando le sensazioni che è giusto provare, sentendo la giusta attrazione fisica per una ragazza della sua età con tutto quello che ne è seguito ma anche il trasporto e l’amore più profondo e viscerale per quell’uomo che sapeva come farlo stare bene. Senza troppi pensieri ma con una giusta testa sulle spalle, com’è giusto che sia a quell’età. Il film ci insegna che è importante conoscersi, è importante ascoltarsi e abbracciare ogni emozione, ogni sensazione che pervade il nostro corpo e la nostra mente, tristezza e disperazione comprese.

Per fare questo il regista oltre a basarsi su un libro evidentemente ben scritto (di una decina di anni fa, opera di André Aciman) ed una sceneggiatura al suo pari (candidata all’Oscar e scritta dall’ottantanovenne -89enne!- James Ivory, chapeau per lui) tira fuori tutta la sua evidente capacità di giocare con i sensi dello spettatore. Il lavoro è infatti giocato tutto su evocazioni sensoriali: il guardare negli occhi qualcuno di cui riesci a leggere i pensieri, il toccare un corpo nudo, l’odore dell’erba e dell’estate, il gusto di morsicare un frutto (o dell’altro!) , ma anche le sensazioni di tensione, di eccitazione, di felicità fuori controllo. È per questo che, col senno di poi, devo dire che questo film mi è rimasto proprio attaccato addosso, il regista riesce a farlo percepire come se fosse anche la vita dello spettatore.  È tutto passato e descritto come si farebbe con dei ricordi, che per definizione non sono mai schematici e razionali al 100% ma vivono e si nutrono di immagini, di odori, sapori e sensazioni corporee. Posso dire che benché le vicende narrate non abbiano nulla a che fare con i miei diciassette anni, il senso che questo film mi ha lasciato alla fine è la nostalgia, come se avessi vissuto in prima persona le vicende narrate.

Dopo tutta questa pappardella (sapevo che mi sarei dilungato, ma non c’era altro modo) ho il dovere morale di fare una standing ovation virtuale per il protagonista Timothée Chalamet, un viso che buca lo schermo per espressività e capacità di trasmettere, in una prova attoriale che merita al 200% la candidatura all’Oscar come miglior attore e che a questo punto spero ardentemente lo vinca. Per completezza devo dire che la sua interpretazione è stata candidata anche ai Golden Globe, al Premio BAFTA e agli Screen Actors Guild Awards…e parliamo di uni che ha vent’anni. Largo ai giovani! Bellissime anche le musiche, raffinate ed eleganti al punto giusto e che non scadono mai nell’epico o nel già sentito. Ottime.

Direi che ho già scritto troppo, faccio i complimenti per chi è arrivato fino in fondo e esorto chi non ha visto ancora questo film ad andare; potrà succedere anche a voi di aver bisogno di dormirci sopra com’è successo a me, ma potreste anche reagire come quelli a cui nella mia sala è partito uno spontaneo applauso sui titoli di coda.

P.S.
In realtà la cosa che mi è piaciuta maggiormente del film è stato vedere un attore che suona un pianoforte mettendo le dita al posto giusto, lo stava suonando veramente! Da musicista volevo alzarmi sulla poltrona e urlare hallelujah! alzando la mano al cielo come le big mamas nelle cerimonie coi canti gospel.

 

CHIAMAMI COL TUO NOME
Call me by your name
Luca Guadagnino, Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti d’America 2017, 132’
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.