Blade Runner

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Allora, io in genere non amo e non ho mai amato l’idea dei sequel che in questi anni ci ha abituato ad una desertificazione di idee in favore della ripresa seriale di vecchie glorie, mi sa molto da “calare le braghe” di fronte alla sconcertante mancanza di nuove storie da raccontare (o dalla volontà di raccontarle). C’è però un lato positivo in tutto ciò, ovvero che tirando fuori le idee dal congelatore, spesso e volentieri una storia ritorna in auge. Con la produzione del sequel Blade Runner per esempio sono usciti dai propri nascondigli tutti gli amanti del film rimasti latitanti per anni, riaccendendo il dibattito su questo stra cult e destandone interesse per chi ancora non lo conosceva. Persino la Mediaset tra una replica del Segreto e la striscia quotidiana del grande fratello VIP ha trovato lo spazio per rimetterlo in onda…e io potevo non approfittarne per fare un ripasso?

Trama:”Los Angeles, 2019, in un futuro tecnologico caratterizzato dalla decadenza urbana e sociale il detective Rick Deckard (Harrison Ford), un poliziotto specializzato nella caccia di androidi, viene incaricato di trovare e uccidere 5 replicanti che sono fuggiti da una colonia spaziale e si sono rifugiati sulla Terra. Mentre Deckard è all’inseguimento dei replicanti è attratto da una donna misteriosa (Sean Young) che potrebbe far vacillare le sue certezze“.

Davanti alla storia del cinema si può dire poco, nel senso che la cosa più intelligente da fare è alzare le mani e riconoscere sia la potenza di un film come questo sia il suo indubbio peso avuto negli anni sul cinema e nello specifico sulla fantascienza. Insomma, può piacere o non piacere (difficile) ma di fronte a tutta l’eco avuta in più di 30 anni non si può che riconoscerne il successo. La fantascienza attuale è comunque figlia anche di Blade Runner!

Ma come è riuscito il film a diventare quello che è? Lungi da me farne una disquisizione lunga e approfondita (i fan accaniti in rete ne hanno parlato molto meglio di quello che potrei fare io), ma mettendomi addosso le “lenti del profano” posso dire che la cosa che primariamente mi ha sempre colpito del film è il suo mondo. Se pensiamo alle pellicole fantastiche/fantascientifiche di successo questa è la prima costante: la creazione di un setting visivamente accattivante e in cui ci sono specifiche e regole ben definite. Il futuro distopico descritto in questa Los Angeles del 2019, è qualcosa di inquietante ma allo stesso tempo estremamente accattivante: grandi palazzi fatiscenti vicini a moderni grattacieli, pioggia continua, i fumi dell’inquinamento e il sovraffollamento delle strade creano quel senso di claustrofobia che toglie il respiro, ma che al contempo affascina con le luci al neon, gli enormi schermi nelle strade, le macchine volanti, ogni costume ed ogni piccolo oggetto di scena.

Affascina anche perché ci mostra quello che negli anni ’80 si poteva vedere nel futuro, ovvero un mondo creato dall’uomo in cui la tecnologia, le macchine, l’industria, la pubblicità (famosissime diverse inquadrature a riguardo) ed una evidente logica del profitto, hanno soppiantato tutto il resto. Per alcuni tratti possiamo dire che sia simile all’universo dell’Alien sempre di Scott, come del Terminator di Cameron, una mondo futuro che se ci pensate andava molto di moda negli anni ’80 ma che nel 2017 possiamo vedere come una visione pessimistica dell’uomo e del suo operato: quel futuro non si è trasformato nel nostro presente, e forse anche grazie alla potenza di pellicole e di descrizioni pessimiste come questa si è sempre più distaccato dalla nostra realtà attuale, dove la green economy, l’occhio di riguardo all’ambiente e alla salvaguardia del pianeta (tranne alcuni passi indietro nel recentissimo presente, Donald mi senti?) oltre ad essere diventati una esigenza sono quasi “di moda”. E questa cosa rende il film ancora più interessante perché lo fa essere “figlio del suo tempo” al 200%, nel senso che tramite quella visione del futuro ci sta parlando di come in quegli anni si percepiva il mondo e la sua direzione.

Il bello di questo contesto poi è anche che non c’è una via di uscita. La terra è diventata un posto invivibile, molti coloni migrano nelle “colonie extra-mondo” e sul nostro pianeta rimangono solo i reietti, persone “scartate” perché malate o senza i mezzi economici per poter permettersi la fuga dal mondo. E lo spettatore è immerso in tutto questo, come per i protagonisti a chi guarda il film è precluso vedere una bella giornata di sole, annusare l’erba bagnata, sentire il rumore del vento tra gli alberi. Ed anzi, è ancora peggio perché anche quel poco di vita che potrebbe esserci è spesso e volentieri sintetica: gli animali che si vedono sono solo delle riproduzioni, come a dire che l’uomo a furia di seguire la strada del suo mero interesse finisce per ingannare sé stesso, creandosi una realtà alternativa in cui c’è una vita solo apparente, che vita non è.

Il tema della vita è certamente la chiave di lettura che preferisco per questo lavoro, in quanto nella disperazione del mondo descritto sembra essere l’unico vero tesoro, l’unica cosa a cui aggrapparsi. I replicanti (gli androidi organici moto della vicenda) sono l’affascinante metafora di tutto questo: la vita come bene unico è l’unica cosa che realmente importa, indipendentemente dalle sue forme. L’uomo ha sprecato la vita, l’ha assoggettata al suo volere, l’ha schiacciata, l’ha incatenata, l’ha manovrata talmente tanto da crearne una copia posticcia, e i replicanti nel loro disperato desiderio di vivere sono qui a dirci qual è il giusto peso che dovremmo darle. Loro che per il mondo sono solo delle “cose” da “ritirare” (ovvero uccidere) quando non più utili, anche a causa della breve durata della loro esistenza sembrano molto più coscienti di chiunque altro su quanto bello sia esistere. E  la cosa non si riduce a qualche discorso o allusione, ma è la spina dorsale di questo lavoro in cui non ci sono né buoni né cattivi ma in cui tutti cercano disperatamente di rimanere attaccati alla vita. Un istinto di sopravvivenza che in corpo agli androidi suona come un inno alla vita stessa, alla bellezza dell’intelletto umano tramite le arti (pensate alle citazioni che fa Roy Batty), alla bellezza delle esperienze vissute (“io ne ho viste di cose che voi umani…”), al pensiero stesso che definisce gli individui (il “cogito ergo sum”- “penso quindi sono” del filosofo Cartesio citato nel film).

Tornando un po’ coi piedi per terra devo naturalmente sottolineare come per quanto il lavoro del regista Ridley Scott sia stato più che ottimo in questo film (il suo vero capolavoro con Alien per quel che mi riguarda), poco si sarebbe potuto fare senza il libro da cui è tratto il lavoro, tale “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (titolo come sempre meraviglioso ed evocativo che in Italia hanno tradotto “Il cacciatore di androidi”…….) di Philip K. Dick. Lode e gloria a lui!

La bravura di Scott oltre ad aver dato vita e visione alle idee dello scrittore a mio modo di vedere è stata anche quella di saper dare il giusto tono alla pellicola, a metà strada tra il noir (cosa che per molti può averlo fatto risultare un po’ lento), il film d’azione, la fantascienza e persino la storia d’amore, aspetto che a differenza di tanti altri film dove la figura della donna spesso e volentieri viene giustapposta all’eroe da film d’azione, qui assume un carattere molto ma molto più profondo sempre parlando del tema della vita in sé e della vera natura dei sentimenti.

Ultima cosa di cui voglio parlare (tanto ormai la recensione è già lunga ah ah ah) è la musica e il suo utilizzo. Come dicevo prima il film parla molto chiaramente della visione del mondo anni ’80, ed in questo la musica è aspetto fondamentale. La colonna sonora scritta da Vangelis (compositore greco) è qualcosa di davvero spettacolare perché come fa il film riesce a coniugare la classicità di alcune melodie con l’utilizzo di suoni sintetici tremendamente anni ’80, c’è uno smodato utilizzo del sintetizzatore che chiude in maniera perfetta l’atmosfera del film.

Con tutta questa roba non stupisce che le cose che mi hanno colpito di meno siano state le interpretazioni, e non perché non siano degne (anzi!), ma perché semplicemente c’è talmente tanto di atmosfera e di “altro” che la bravura di Harrison Ford, Rutger Hauer (a dir poco iconico!), Sean Young e Daryl Hannah, per quanto funzionale al resto risultano meno pregnante di altri film in cui sono i caratteri dei personaggi a farla da padrone.

E niente, mi ero riproposto di scrivere poco ma per un film del genere, per un cult del genere, è impossibile dire meno di così.


BLADE RUNNER

Ridley Scott, USA 1982, 117′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.