Black Panther

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Dicottesimo film Marvel. C’è ancora qualcosa da dire in questo enorme universo condiviso? Stranamente sì cari wooders, soprattutto tirando fuori dal cilindro un personaggio meno conosciuto (almeno da noi) come Pantera Nera e la sua originalità.

Trama: “Dopo la morte di suo padre, mostrata in Captain America: Civil War, il giovane principe T’Challa torna a casa per salire sul trono di Wakanda, un’immaginaria nazione nel continente africano, isolata ma tecnologicamente avanzata, e ricca di giacimenti di vibranio. Quando due pericolosi nemici cospirano per portare il regno alla distruzione, T’Challa è pronto a raccogliere l’eredità di suo padre e a indossare gli artigli di Black Panther”.

Non sto festeggiando tipo capodanno dopo la visione di questo film perché no, non siamo ancora arrivati ai picchi di altri cinecomics più autoriali, ma siamo comunque di fronte ad un ottimo prodotto di intrattenimento bello al pari dei migliori film di questa lunga serie del Marvel Cinematic Universe. Il che è stato possibile grazie alla scelta di questa storia, che onde evitare di ripercorrere troppo i passi di altri film suoi predecessori trova un suo spazio di originalità in un mondo che da una parte ricorda quanto già visto ma dall’altra si spinge in una nuova direzione, anche geografica. Il film è infatti ambientato perlopiù in Africa nell’immaginario stato del Wakanda, un luogo perfetto per coniugare le tecnologie e i mondi futuristici a cui ci siamo abituati (soprattutto dopo Thor Ragnarok e i due Guardiani della Galassia) con un continente del tutto inesplorato che si fa sentire prepotentemente con le sue peculiarità.

Anzitutto i personaggi sono praticamente tutti di colore (giustamente), con il conseguente ribaltamento del classico film di genere in cui l’eroe è per forza un bianco americano. Parlano tutti la loro lingua nativa (usata spesso ma per ovvie ragioni non sempre), hanno una loro scrittura come ci viene spesso fatta vedere e si muovono in un ambiente tipicamente africano benché come sottolineavo prima “contaminato” da una certa visione futuristica. Visivamente il film punta moltissimo su queste ambientazioni di grande distese d’erba e capanne giustapposte a grattacieli ipertecnologici, come punta molto (ed è la cosa che forse ho apprezzato di più) sui costumi dei personaggi, sempre assolutamente in linea con il continente africano o forse con l’immagine stereotipata che noi occidentali ne abbiamo. Il tutto rimescolato con elementi moderni che hanno sottolineato il chiaro impatto che la trilogia prequel di Star Wars ha avuto visivamente sul mondo del cinema.

La trama come sempre non è qualcosa che ti fa venire la voglia di baciare la terra calpestata dagli sceneggiatori, ma direi che è anche inutile dirlo o pensare di doversi sempre soffermare su questo aspetto perché è chiaro da sempre che quello che ha in testa la Marvel è il “maggiore incasso”, quindi ogni scelta anche da questo punto di vista deve essere funzionale a non traumatizzare i bambini o peggio ad alzare il rating del film, a piacere agli appassionati del fumetto originale e ad attirare il grande pubblico generalista, tutto in un’unica mossa. E come sempre in questi casi è palese che quando si cerca di accontentare tutti il risultato può essere molto bello (com’è) ma certamente non troppo incisivo per le sorti della settima arte. C’è sicuramente la voglia di approfondire qualcosina in più o parlare di messaggi un pelo più ampi rispetto a quanto necessario per chiudere la storia, ma nulla di forzato o finto (se c’è una cosa che odio sono i film leggeri che hanno la pretesa di essere qualcosa in più).

Nulla da dire sull’aspetto visivo generale, sulle musiche o sulle scenografie: è tutto confezionato alla perfezione, una vera delizia per gli occhi come siamo stati abituati con quasi tutti i film precedenti della casa delle idee. In particolare ho apprezzato molto la caratterizzazione che è stata fatta delle diverse tribù wakandiane: il fatto di personalizzarle ciascuna con le proprie peculiarità denota un enorme lavoro fatto per dare la giusta diversità ai personaggi e in generale a questo film, che non può che rimanere impresso anche per questo.

I protagonisti ci stanno, anche se è inutile dire che Black Panther per quanto interessante non può e non potrà mai avere il senso o lo spessore di supereroi ben più amati e conosciuti, perché banalmente loro sono delle vere e proprie icone mentre lui no. Tuttavia è già capitato che nonostante il personaggio forte ne uscisse un film mediocre (Iron Man 3 , mi senti?!), quindi viste le premesse direi di potermi aspettare addirittura qualcosa di più nei prossimi episodi della serie, sempre ammesso che decidano di fargli percorrere la giusta direzione.

Complimenti comunque al regista Ryan Coogler che è riuscito a fare tutto ciò (e non oso immaginare con che peso sulle spalle) alla “tenera” età di 31 anni. Bravo!

BLACK PANTHER
Ryan Coogler, USA 2018, 134’
VOTO (Max 5)
8

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.