Birdman

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BirdmanUna black comedy ambientata a New York che racconta la storia di un attore in declino – famoso per aver in passato interpretato un mitico supereroe alle prese con le difficoltà e gli imprevisti della messa in scena di uno spettacolo a Broadway che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso.

Su Birdman ho sentito fino ad ora solo commenti positivi, o almeno lo sono la stragrande maggioranza. Possibile che un film raccolga un consenso così unanime? E soprattutto, come c’è potuto riuscire il buon Alejandro G. Iñárritu? Grandi film i suoi, ma certamente non “per tutti”.

Ebbene, questa volta devo proprio accodarmi a quanto è stato già detto: Birdman è senza dubbio un gran gran film. Il regista messicano è riuscito ad uscire dall’immagine seriosa che tanti hanno di lui proponendo un lavoro davvero “diverso”, un film brillante, intelligente, registicamente molto interessante, profondo, divertente e con delle interpretazioni da standing ovation. Aspetti che direi innegabili, e che (parere personale) lo alzano a metri e metri più in alto del “trio-biografico” dei super candidati agli Oscar di quest’anno (parlo naturalmente di American Sniper, The imitation game e La teoria del tutto). La questione è che Birdman sebbene molto particolare per alcune scelte e non del tutto chiaro o “diretto” dal punto di vista contenutistico e del messaggio finale (ammesso che ci sia), riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo per due ore continuando a buttare qua e là spunti e idee interessanti che non possono che stupire ed intrigare. Ma andiamo per ordine…

Il film vuole essere non tanto una critica, quanto piuttosto una disquisizione su alcuni aspetti della Hollywood attuale e dell’industria cinematografica americana in generale. Il tema è quello della linea sottile (o a volte spessa come una trave!) tra il cinema come arte e come industria, prendendo in esame nello specifico un genere che negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo più che esponenziale e che spesso e volentieri è ubicato su questo confine: il cinecomic.
Dopo film sui supereroi di QUALSIASI genere/forma (d’autore, blockbuster, divertenti, seri, dark, realistici, film che parlano di supereroi fighi, poco conosciuti, di supereroi che non sono più supereroi, film più fantastici, film con supereroi conosciuti ma flop e via discorrendo…) Iñárritu ha voluto dare una sua visione dove il supereroe in sé non esiste ma è solo un ricordo lontano che insegue ed attanaglia nella frustrazione il protagonista che l’aveva interpretato al cinema anni prima. Il titolo sottolinea che l’attenzione vuole essere messa proprio lì, il regista punta un bel faro addosso a Birdman come a farlo essere al centro dell’aspettativa e poi ci gira intorno senza quasi mai toccarlo per tutto il film, facendolo apparire come qualcosa di inevitabile ma che si vuole evitare a tutti i costi.

Ma perché “evitarlo”? Il costume del supereroe rappresenta per l’attore che lo ha interpretato la sua prima condanna, il successo che gli ha procurato è diventato il più grande fardello della sua esistenza. Sì perché il personaggio di Keaton non è mai più stato sé stesso dopo questi successi, entrando in quella tuta ha perso il suo status di attore diventando in tutto e per tutto il supereroe interpretato (come il regista sottolinea genialmente dandogli dei piccoli superpoteri), un’etichetta che non potrà mai togliersi di dosso. E’ un po’ quello che è successo a tanti, come Mark Hamill che E’ Luke Skywalker, Daniel Radcliffe che E’ Harry Potter e via discorrendo. Si tratta del prezzo che si paga nel passare dall’essere un’artista all’essere una celebrità, ed Iñárritu vuole sottolineare (anche in maniera forse troppo rigida a mio parere) come spesso e volentieri questo meccanismo sia del tutto lontano da logiche artistiche : se sei una celebrità di film blockbuster sei necessariamente un cattivo attore. L’intento è certamente quello iperbolico, certamente si è voluto calcare la mano dividendo il mondo del cinema nettamente tra chi fa arte e chi non la fa, tra chi è un attore e chi invece è solo un “pupazzo” nelle mani di logiche Hollywoodiane. E la critica è arrivata in maniera forte e chiara!

Al di là del contenuto sul quale non voglio spendere troppe parole perché questo è il classico film “da vedere” senza se e senza ma (ognuno poi può farsi l’idea che vuole, anche in base al finale) la cosa che davvero stupisce è la fattezza tecnica del lavoro. Il film è girato come una sorta di un unico lunghissimo piano-sequenza di due ore, come se la macchina da presa fosse uno spettatore invisibile che segue i singoli personaggi in maniera estremamente “fisica”. Ci sono sì alcuni sbalzi temporali e qualche “taglio” diciamo (resi sempre in maniera interessante!), ma la macchina da presa non si ferma quasi mai. La sensazione che mi ha dato è quella del “Canto di Natale” di Dickens (e varie interpretazioni sullo schermo): sembra di essere in un sogno in prima persona, dove sei tu a guardare quello che succede come se fossi effettivamente presente e vicinissimo ai personaggi (tipica nel film l’inquadratura da davanti mentre le persone camminano, come se le stessimo precedendo nel cammino ma a spalle girate per vedere i loro volti) senza però avere la possibilità di interagire con questi. La macchina da presa qui fa decisamente sentire lo spettatore come parte di quello che sta succedendo, come quando nei parchi divertimenti si va al “cinema dinamico”. E’ una sensazione davvero strana ma certamente vincente, ed è una delle cifre di originalità di questo lavoro.

Sempre dal punto di vista tecnico non posso che elogiare la fotografia strepitosa di Emmanuel Lubezki (che conosco per roba come Sleepy Follow, The tree of life o Gravity…e questo dice tutto) che gioca con le ambientazioni interne al teatro in cui si svolge tutto il film tra luci colorate al neon, zone buie e fasci di luce, una roba da leccarsi i baffi. Molto bella anche la scelta del digitale che ha reso il tutto estremamente più realistico e la “colonna sonora” composta perlopiù da suoni ambientali e…una batteria. Geniale direi, una scelta certamente (e finalmente) originale!

Last but not least è doveroso parlare di interpretazioni. Michael Keaton è stato straordinario, forse e soprattutto perché il suo personaggio poteva avere diversi punti in comune con la sua vita reale visto che si parla di un attore conosciuto ai più per aver interpretato un supereroe (chi mi conosce sa che i Batman interpretati da Keaton nell’89 e ’92 sono l’apice per me) alla ricerca di una dimensione attoriale diversa, più improntata sull’arte del recitare. Strepitoso Edward Norton e il suo personaggio da attore teatrale verace e instabile, che vive la sua esperienza lavorativa come una missione, che crede di essere il migliore nel suo campo ma che viene smentito diverse volte dall’effimera ma maggiore fama del personaggio di Keaton. Oh mio dio, ho finito i superlativi…ma devo necessariamente usarli anche per il resto del cast (non ce n’è davvero nessuno che abbia “tirato indietro”!) ovvero Zach Galifianakis, Emma Stone (meravigliosa!), Naomi Watts, Amy Ryan e Andrea Riseborough. Non posso decantare lodi specifiche per ciascuno per non sforare la lunghezza della Commedia dantesca con questa recensione, quindi vi dico solo “fidatevi”! 🙂

Costringendomi a una conclusione sottolineo per ultimo il registro del film, a metà strada tra il dramma e la commedia. Il bilanciamento di questi due aspetti è sempre stato difficile e parecchi registi ci sono cascati con risultati molto discutibili, ma il nostro amico messicano ha fatto anche sotto questo punto di vista un ottimo lavoro. Si ride, si pensa, si sente la “leggerezza” del film ma si percepisce anche un messaggio più profondo, si vede il realismo a tratti documentaristico ma anche degli inserti surreali niente male.

Se la giuria dell’Academy quest’anno fosse composta solo da me, questo lavoro farebbe incetta di premi. Davvero ottimo sotto tutti i punti di vista!


BIRDMAN O (L’IMPREVEDIBILE VIRTÙ DELL’IGNORANZA)

Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)

Alejandro González Iñárritu, USA 2014, 119′
VOTO (max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.