Big Eyes

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Big Eyes“Margaret Keane dipinge quadri che hanno un grande successo ma il marito la convince che una pittrice donna non incontrerà mai il favore del pubblico e, quindi, è necessario che sia lui a firmare le sue opere.

Premetto: chi mi conosce/segue sa che sono un grande fan di Tim Burton. Non ho certamente apprezzato tutti i suoi lavori (anzi, alcuni li ho proprio criticati) ma non posso nascondermi dietro un dito e devo ammettere che il suo modo di fare cinema bene o male tocca sempre le mie corde. Farò quindi fatica a scindere l’oggettività del bravo recensore con quello che ho sentito “di pancia”, anche e soprattutto considerando che da pittore amatoriale questo film tratta di qualcosa a me molto ma proprio molto vicino.

Per chi non conosce Burton (tra i quali moltissimi degli esaltati per Nightmare Before Christmas e Alice in Wonderland) questo potrebbe sembrare un suo film atipico vista l’assenza di Johnny Depp e della Carter, visto che non si tratta di materiale gotico o visto che non c’è nessuno con il cerone in faccia e le occhiaie. Una visione del regista di questo tipo mi è sempre parsa incredibilmente parziale e se vogliamo “commerciale”, anche se lui stesso ha cavalcato ampiamente quest’onda di successo per i suoi canoni estetici calcando la mano su alcune caratteristiche nei suoi film più recenti (Frankenweeine e Alice in Wonderland su tutti…fatalità due prodotti Disney!) che lo hanno reso sempre simile a sé stesso. Ho quindi apprezzato parecchio la volontà di slegarsi un attimo da questi modelli per dedicarsi a un’opera diversa, sempre molto burtoniana ma scevra da alcuni cliché nei quali era intrappolato.

Per fare questo il regista è tornato al 1994 facendo sceneggiare e produrre il film a quei Scott Alexander e Larry Karaszewski che avevano messo mano ad uno dei suoi film più intimi e interessanti, il meraviglioso biopic Ed Wood di cui neanche a dirlo sono un po’ fan. Permane invece il sodalizio ormai standard con Danny Elfman (che in questo film ha potuto dire ampiamente la sua senza per forza scomodare i classici cori delle voci bianche) e con la costumista Colleen Atwood.

Il risultato è come nel suo stile una storia raccontata come se si trattasse di una fiaba, in cui c’è una “principessa” (sebbene di una certa età e con una figlia a carico) che deve fronteggiare un orco con tendenze alla Jekyll & Hyde. Non aspettatevi la grande introspezione psicologica, non aspettatevi il sentimento “pompato” e lacrimoso (non oso immaginare un materiale del genere nelle mani di James Cameron!) ma una storia semplice, cruda e molto aderente alla realtà raccontata con quel pizzico di surrealismo -nei modi e nei comportamenti soprattutto- e di bidimensionalità che solo le fiabe hanno.

La tematica principale intorno alla quale gira tutto è il rapporto dell’artista con l’arte e con la realtà. Il film sottolinea come l’arte risulti sempre (checché se ne dica) come un’estensione dell’anima di chi la fa, si tratti di qualcosa di bello, brutto o poco comprensibile. Il regista Ed Wood come ci racconta l’omonimo film di Burton aveva un problema con la sua arte: nessuno la capiva, nessuno la apprezzava. Margaret Keane invece produceva arte che piaceva, e piaceva parecchio alle persone (con ritorno economico non indifferente) ma che dai critici era del tutto snobbata perché quegli enormi occhi facevano vendere mentre “l’arte deve elevare non ammiccare” (cito). Entrambi i personaggi al centro delle pellicole risultano quindi degli outsider per uno o più aspetti ma hanno in comune una cosa che li contraddistingue e che è da sempre stato il pallino di Burton: producevano arte che veniva direttamente dal cuore, di quella che parte carica di emozione e cerca di arrivare con la stessa intensità. La Kane non voleva dipingere quei grandi occhi solo per fare soldi, lo faceva perché quello era il suo modo di esprimersi, quella la sua interiorità, al di là di tutto.

In questo contesto la figura del signor Kane risulta veramente odiosa perché da un lato strappa i “figli” alla sua creatrice (dipingendo so bene cosa significa mettere qualcosa di te sulla tela e poi dovertene in qualche modo separare) spacciandoli per propri, e dall’altro li rende esclusivamente un mezzo per arrivare al denaro, un mezzo per ottenere vantaggi meramente materiali. La violenza mentale dell’uomo risulta quindi inaudita anche se il personaggio di Margaret non se ne accorge per moltissimi anni, o almeno non lo fa in maniera forte. La donna rappresenta un po’ quell’essere passiva e sottomessa che ha caratterizzato la figura femminile negli anni precedenti la rivoluzione sessuale e che al contrario diventa un potente simbolo femminista non appena si libera, peraltro in maniera molto semplice (per la serie “ci si poteva pensare prima”!).

Molto buona l’interpretazione della Adams anche se come al solito Christoph Waltz rappresenta il fulcro attoriale della pellicola. Tecnicamente il lavoro mi è piaciuto parecchio (amo la regia di Burton!) con quella pellicola così lucida e patinata, con i colori sgargianti e puliti e, parlando di altro, con quel sottile senso di ironia qua e là.

In conclusione Big Eyes non è certamente un film che può piacere a tutti, non ha la forza emotiva di altri suoi lavori come non ha i cliché che la gente gli riconosce, ma l’ho trovato un lavoro davvero ben fatto e che sottolinea se non si fosse ancora capito che Tim Burton NON E’ solo gotica ripresa dell’espressionismo tedesco. Well done Tim!


BIG EYES

Tim Burton, USA 2014, 105’
VOTO (Max 5)
8

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.