Bianco, Rosso e Verdone

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A volte mi domando cosa porti un film di genere ad avere quel qualcosa in più. Se uno pensa alla commedia italiana nel 1981 e anni limitrofi pensa a Pierino, pensa alla Fenech, a Lino Banfi o anche a Fantozzi (benché nella sua comicità sia stata la maschera comica più interessante e a suo modo profonda del nostro paese dopo Totò). Film che ok, ti fanno sbellicare dalle risate ma che rimangono incastrati nel loro genere senza darti quel qualcosa di più. Bianco Rosso e Verdone è invece il classico esempio di “quel qualcosa in più”, che lo rende non solo una semplice commedia, ma un film che racconta molto altro, in una maniera che ricordo in lavori come (attenzione che mi sbilancio!) Amarcord o Amici Miei, anche se non stiamo parlando di Commedia all’italiana.

La trama (per chi non l’avesse mai visto) è questa (ComingSoon): Il film segue le vicende di tre italiani-tipo che si spostano da una città all’altra per andare a votare nel loro comune di residenza. Pasquale vive a Monaco di Baviera con una moglie tedesca che cucina in modo ignobile, e non vede l’ora di ritornare in Italia anche solo per qualche giorno. Furio invece è di Torino e deve andare a Roma: parte con moglie e due figli piccoli e per il viaggio non c’è una sola cosa che abbia lasciato al caso, Furio è talmente pignolo ed asfissiante che per sua moglie Magda il viaggio sarà un vero incubo. Mimmo invece è un ragazzone buono e timido che accompagna sua nonna da Verona sino alla capitale, ma i tanti acciacchi della vecchietta saranno fonte continua di preoccupazione.

Mi è capitato diverse volte di innamorarmi di personaggi comici della TV, come per esempio il Cetto La Qualunque di Albanese, dei Soliti Idioti di Biggio e Mandelli (ok, so che se ne potrebbe discutere…) e naturalmente anche dei personaggi di Verdone. Il problema in molti casi come in quelli appena citati è che appena questi raggiungono una certa notorietà salta fuori il produttore geniale di turno che decide di farne un film, cosa che risulta spesso e volentieri (per non dire sempre) una scelta discutibile in alcuni casi e disastrosa in altri. E nel mezzo ci metto tranquillamente anche “Grande, grosso e… Verdone” del 2008, una sorta di sequel ideale di Bianco Rosso e Verdone.

Cosa ha funzionato in questo lavoro (che orami avete capito essermi piaciuto molto) e cosa non ha funzionato negli altri? Molto semplice: è tutto riconducibile alla qualità della produzione, che in questo caso ha sentito pesantemente gli effetti benefici di un cinema italiano di altri tempi. Soggetto e sceneggiatura sono firmati oltre che dallo stesso Verdone anche da Leonardo Benvenuti e Pietro De Bernardi, una delle coppie di maggior successo della Commedia all’italiana, che ha collaborato tra gli altri con Vittorio De Sica, Mario Monicelli e Pietro Germi. Produttore è un mentore di Verdone nonché uno dei maggiori registi che abbiamo mai avuto in Italia: Sergio Leone. Musiche? Ennio Morricone. E poi vabbè, non so che valore le diate voi ma per me ha fatto almeno un quarto di film da sola: nel ruolo della nonna di Mimmo c’è Elena Fabrizi (sorella di Aldo per chi non lo sapesse), la mia amata, amatissima “Sora Lella”. Che dite, ci sono abbastanza presupposti per un buon film?

In questo contesto non stupisce quindi che, benché si tratti di un lavoro “classico” dove un comico molto famoso mette insieme alcuni suoi personaggi, ci sia molto ma molto di più da dire. La prima cosa è che Bianco Rosso e Verdone è un film italiano all’inverosimile, e non solo per il titolo e la caratterizzazione dei 3 protagonisti, ma per tutto il contesto che riesce a descrivere. Ci viene presentata l’Italia di inizio anni ’80, quella del post-boom economico in cui sono ancora ben presenti molti personaggi “popolari”, figure che in questi 30 e più anni con la scolarizzazione e il cambio totale del nostro modo di vivere, sono naturalmente scomparse. Mi è piaciuto molto rivedere il camionista rozzo nei modi ma col cuore tenero (“sta mano può esse fero o può esse piuma”…da incorniciare!), il musicista piacione un po’ hippie, i bambini vestiti uguali con le scarpe lucide o la prostituta italiana un po’ bruttarella (una meravigliosa Milena Vukotić e quel suo sguardo sempre involontariamente malinconico): sono il ritratto di una Italia che non c’è più e che grazie a questo film “popolare” (un po’ come aveva fatto anni prima il Fellini di Amarcord) possiamo goderci anche oggi. Con i protagonisti fa sempre piacere vedere naturalmente anche le macchine di quell’epoca, i paesini antichi che sembrano fermi agli anni ’60 e tutti i luoghi di questa vicenda che sfruttando il nucleo da road trip del film ci vengono mostrati.

Sullo sfondo della vicenda ci sono le elezioni politiche, il che se oggi potrebbe essere visto solo come un pretesto, a suo tempo raccontava del grande sentimento che animava la corsa alla cabina elettorale (i 3 protagonisti si fanno centinaia di chilometri per andare a votare), in un’ Italia pre-caduta del muro di Berlino in cui ai democristiani faccia del potere costituito si opponevano i comunisti veraci, quelli che avevano vissuto la resistenza partigiana al fascismo impersonificati qui dalla già citata Sora Lella. In questo film lei è il classico esempio di una donna di altri tempi (sarò sincero nel dire che mi ha ricordato molto mia nonna, classe 1914) con i vestitoni con le gonne, le calze iper coprenti e una perenne fame “di roba buona”; con la sua parlata romana da borgata (detto assolutamente come un complimento!) le grasse risate, l’offesa facile, qualche parolaccia e il grande cuore, è senza dubbio il miglior personaggio del film. Difficile non innamorarsene!

Ho adorato poi una cosa che nel nostro cinema si vede sempre di meno: gli accenti regionali intesi come senso di appartenenza. Oggi il tipico personaggio che parla mezzo napoletano nei film è visto spesso e volentieri come una macchietta comica, come qualcuno che “spezza” la dizione corretta dei protagonisti col suo essere (passatemi un po’ il termine) “ignorante”, come se esistesse l’equazione che il parlato dialettale o con accento marcato sia sinonimo di scarsa istruzione rispetto al parlare italiano corretto. In questo film invece troviamo molti accenti differenti che da nord a sud ci mostrano un’Italia unita anche nelle sue peculiarità regionali: il militare veneto, la signora marcatamente torinese, i romanacci, i romagnoli e il lucano.

Last ma (naturalmente) not least, Carlo Verdone. Che dire, andrà a gusti ma i suoi personaggi mi fanno sempre sbellicare dalle risate. Nello specifico qui ci propone un trio a mio modo di vedere estremamente bilanciato, ciascuno con la sua auto che ricorda volutamente la bandiera italiana (una rossa, una bianca, una verde). Al centro troviamo Mimmo, un ingenuo ragazzo romano che nonostante il suo essere particolarmente impacciato si sbraccia per andare a prendere la vecchia e malata nonna a Verona per portarla a votare a Roma; il loro rapporto è in assoluto la cosa più bella, tenera, reale e profonda del film. Agli antipodi di Mimmo (chi da una parte, chi dall’altra) ci sono il silenziosissimo Pasquale, emigrato in Germania e sposato con una giunonica tedesca che gli presenta würstel a colazione, e Furio,  il mio personaggio comico preferito del film (nonché di Verdone in generale), logorroico, pedante, saputello e assolutamente antipatico. I due si bilanciano perfettamente nel film, nel senso che se uno ti stordisce di parole e risulta essere nella maggior parte dei casi un “carnefice”, l’altro oltre a restare a bocca chiusa tutto il tempo è una perenne “vittima” (nel senso vero del termine, non che fa vittimismo): un’idea davvero azzeccata!

A mio modo di vedere questo è in assoluto il miglior film di Verdone perché riesce a mettersi sul solco di un cinema italiano popolare, poetico ma divertente, che ultimamente si vede davvero poco sugli schermi.


BIANCO, ROSSO E VERDONE
Carlo Verdone, Italia 1981, 109’
VOTO (Max 5)
9

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.