Batman – Il ritorno

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batman_returnsPremessa doverosa: sono un grande fan di Tim Burton e amando particolarmente questo lavoro non mi limiterò ad una classica recensione ma cercherò di approfondire alcune tematiche per passare (spero) interessanti suggestioni sul film oltre che la curiosità di vederlo (mi scuso se sarò prolisso).

Molte volte quando si parla di sequel si può solo constatare come questi lavori siano difficilmente ai livelli del primo (non faccio esempi perché ce ne sarebbero veramente tanti). In genere infatti i registi e i produttori “gasati” magari da un primo episodio di estremo successo decidono di fare le cose in grande, molte volte senza avere le idee ben chiare, arrivando a creare dei prodotti che lasciano il tempo che trovano. Tim Burton dopo l’enorme successo del primo capitolo dell’uomo pipistrello (il suo “Batman”, 1989) ha invece un’idea che condivido al 100%: approfittare della fama guadagnata e della fiducia di pubblico e case di produzione per spingere sulla propria poetica.

E’da questa idea che nasce nel 1990 il capolavoro “Edward mani di forbice”, e di seguito questo “Batman il ritorno”. Sì perché a differenza del primo, in questo film è lampante ancora più chiaramente la mano del regista e la sua celebre visionarietà, in un prodotto che esula completamente dal mondo di Gotham City e ci immerge con anima e corpo nell’immaginario gotico/onirico del gradissimo autore.
Cade la neve (quella stessa neve di cui Edward Mani di forbice si era fatto creatore nel precedente lavoro del regista) sulla città, è natale e in uno sfarzoso palazzo (che ricorda gli horror “classici” di Mario Bava) nasce fra mostruosi vagiti un bambino deforme, tematica cara al regista. I genitori decidono di rinchiuderlo in una gabbietta fin quando, accortisi della malvagità interiore del bambino, decidono di disfarsene gettandolo con la sua nera culla sigillata in uno scolo che porta alle fogne. I due come perfetti attori del muto (peraltro vestiti anche come tali, in ambiti da primi del secolo scorso) non dicono una parola, si guardano negli occhi e agiscono circondati da un irreale paesaggio imbiancato. La potenza evocativa delle immagini in questi primi minuti credo sia uno dei picchi più alti del cinema mai raggiunti. La matrice espressionista è forte e palpabile, lo spettatore vive il paesaggio, vive gli sguardi e le espressioni fuori dalle righe dei due, vive i silenzi delle loro bocche come la paura e la pena per un bambino deforme gettato nell’acqua. E qui come di consueto per il regista partono i titoli di testa seguendo quella culla nel suo vagare per le fogne accompagnata dalla potente suite di Danny Elfmann con il famoso tema musicale del supereroe.

Il tono del film è tutto racchiuso in questi primi minuti, come del resto l’aspetto tremendamente gotico della pellicola e incantevole delle musiche. Di cosa parla il film? Semplice, di mostri. Non si tratta di supereroi o supervillain, qui stiamo parlando solo ed esclusivamente di mostri: chi nasce mostro (il bambino deforme che diventerà uno dei “cattivi” della situazione, il Pinguino), chi diventa mostro (Catwoman, Batman) e chi esternamente non sembrerebbe esserlo ma in realtà lo è (Max Shrek, i genitori del Pinguino). E parla inoltre di vendetta, di quel male che si vuole fare per soddisfare l’umiliazione, la frustrazione e la rabbia di un torto subito. Il Pinguino vuole vendicarsi dei suoi genitori e più ampiamente di una società che lo ha ripudiato per il suo apparire esteriore (ma anche interiore si vedrà), Catwoman vuole uccidere l’uomo che ha tentato di farla fuori e Batman rimane alla perenne ricerca di persone malvagie da punire per soddisfare la rabbia dell’uccisione dei suoi cari. La vendetta diventa una spirale, è un circolo di odio messo in moto e che mai si potrà fermare. Batman in tutto ciò non è quindi un vero eroe, lui non si muove per compassione o per il bene altrui ma solo per saziare la rabbia che porta dentro. Visto così il lavoro è quindi estremamente interessante in quanto non abbiamo di fronte il classico supereroe magari affiancato da tante altre forze del bene contro i “cattivi”; qui non ha senso la dicotomia buono-cattivo,bene-male, ognuno cerca di soddisfare il suo ego ferito, ognuno si muove per motivazioni personali che certamente non sono condivisibili (l’odio, la vendetta), sono tutti dei mostri e a parer mio a livello di trama è questo il punto di forza del film.

Come già accennato prima l’altro punto di forza è certamente l’aspetto visivo gotico: trovo che il lavoro sia uno dei più alti esempi di cinema gotico di sempre. Del resto Burton ha sempre sottolineato che il suo immaginario è certamente figlio di quel mondo, dei film di Bava, dell’espressionismo tedesco (per alcune architetture soprattutto), dei film horror anni ’30 della universal (Frankenstein di James Whale in primis). Scene come il Pinguino che porta delle rose rosse sulla tomba dei suoi genitori che l’hanno rifiutato (in un cimitero imbiancato) sono immagini forti che difficilmente ci si toglie dalla testa. L’amore per il cinema espressionista lo si vede chiaramente anche nel trucco dei personaggi, in particolar modo il villain principale, truccato con un pesantissimo trucco bianco e con profonde occhiaie viola (ricorda moltissimo per viso e per indumenti il dr.Caligari del celebre “Il Gabinetto del dr.Caligari, 1920).
Rimanendo sul personaggio prova veramente ottima per Danny DeVito che si trasforma in questo mostro a metà strada fra l’odio e la volontà di vendetta verso il genere umano e le lusinghe di una possibile vita “in superficie”. Ottimo nell’espressività e nei movimenti goffi; sublime in scene come la “chiamata alle armi” dei pinguini. Un villain che ci viene mostrato come disgustoso dall’inizio della pellicola (nonostante fosse stato subito trattato come mostro dai genitori, la scena in cui da bimbo divora il suo gatto non ce lo fa certamente vedere come vittima) ma che al termine della stessa ci fa ragionare sul senso della sua vita, una vita aizzata all’odio già dalle prime ore ma che tuttavia riesce a creare un profondo senso di tenerezza per le ingiustizie subite che durano fino all’ultimo respiro, quasi come una ulteriore punizione (l’ultima sua scena è estremamente toccante a parer mio). Chi è il vero mostro? In un certo senso ci si chiede questo a fine pellicola.

Diventa mostro ma certamente non lo era Selina Kyle, interpretata da una bellissima Michelle Pfeiffer. La trasformazione del personaggio da segretaria abituata a subire a letale donna-gatto e la sua “storia collaterale” ci viene regalata dal regista con maestria nel ricondurla alla dimensione dell’irrazionale. Selina dopo essere stata gettata nel vuoto dal suo capo rinasce, si accorge della realtà patinata “in rosa” (come il suo appartamento) che si era creata attorno, fa cadere le sue isillusioni su un mondo buono e libera tutte le sue frustrazioni in un elogio alla follia che tutto travolge. Pregnante e penetrante la scena in cui decide di liberarsi dalle catene della sua vita cucendosi il vestito da Catwoman in un impeto di assoluta e totale irrazionalità-libertà (la Pfeiffer è straordinaria nel suo parere quasi “invasata”) sulle note di “Selina trasforms”, meraviglioso tema collaterale colmo di rabbia, malinconia e disperazione del genio di Elfman.

Di fronte a due pilastri del genere passa un pò in secondo piano quello che dovrebbe essere il vero protagonista ovvero il Batman interpretato da Michael Keaton, decisamente bravo ma imbrigliato in una parte “posata” per sceneggiatura. Ottimo anche il grandissimo Christopher Walken nella parte di Max Schreck (che peraltro è il nome dell’attore protagonista di “Nosferatu il vampiro”, uno dei manifesti dell’espressionismo tedesco), un milionario senza scrupoli che rappresenta quella parte di società “agli alti livelli” che non ci pensa due volte a macchiarsi di sangue le mani pur di guadagnare. E’un personaggio molto interessante per il suo modo “bifronte” di rapportarsi alle persone, come per la sua volontà di pilotare tutto ciò in cui ha a che fare. Decisamente un mostro reale.

Nel film sono presenti anche delle parti che si rifanno alla passione di Burton per un certo cinema di serie B: penso soprattutto ad alcune battute di quel sarcasmo un pò trash e alla ormai famosa scena kitsch dei pinguini armati di missile sulla schiena. Geniali!

Insomma, sarò certamente influenzato dal grande amore che ho per questo regista ma credo che in pochi potrebbero dire che “Batman returns” non sia uno dei suoi migliori lavori, nonché uno dei migliori dell’ultimo trentennio per aspetto visivo.

BATMAN – IL RITORNO
(Batman returns)
Tim Burton, USA/Gran Bretagna – 1992, 126′
VOTO (max 5)

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ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.