American Beauty

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Sono un grande fan della serie Six Feet Under che consiglio caldamente per lo spessore e la personalità e che rappresenta per me un “big bang” dei moderni telefilm. L’ideatore della serie è tale Alan Ball, che prima di buttarsi nel mondo della televisione (sua anche la serie True Blood) ha avuto un battesimo di fuoco scrivendo storia e sceneggiatura di questo American Beauty, film che rappresenta il suo potente esordio nel mondo della settima arte nonché la base di tutta la sua poetica fatta di commistioni di toni e generi, di personaggi interessanti pieni di sfumature, di profonde riflessioni e di critica sociale. Prendete questo tipo qui, aggiungeteci un Sam Mendes con un Kevin Spacey e capite facilmente il perché dei 5 premi Oscar guadagnati e della sua nomea.

Trama: “Lester e Carolyn Burnham appaiono dall’esterno una coppia perfetta, con una casa perfetta e un vicinato perfetto. In realtà Lester è un uomo, insoddisfatto della sua vita familiare e professionale, che sta cadendo in una sempre più profonda disperazione, quando improvvisamente conosce Angela, un’amica di sua figlia e se ne infatua. Nel frattempo Jane, la figlia di Lester ha conosciuto il loro timido e misterioso vicino di casa Ricky che vive oppresso da una figura paterna ossessiva”.

La American Beauty è una varietà di rosa molto in voga negli Stati Uniti negli anni ’60 a cui tendono a marcire le radici. Due parole per una metafora estremamente efficace che spiega già tutto da sé: l’immaginario americano delle famiglie felici che vivono nelle grandi case con il prato sempre più verde e sfavillanti sorrisi è in realtà solo la meravigliosa parte apicale di un lungo stelo che finisce a terra marcescente. Dietro a quella patina di perbenismo borghese c’è Lester Burnham, un uomo completamente assuefatto da una prigionia di cliché ed abitudini che ad un certo punto ha una vera e propria epifania: che senso ha vivere una vita senza parlarsi schiettamente? Che senso ha passare tutti i giorni fingendo che sia tutto perfetto quando la frustrazione lavorativa, famigliare e sessuale ti toglie l’aria?

Da qui ha inizio una storia che partendo dalla totale liberazione mentale dell’uomo va ad intrecciarsi con altre vite, in un groviglio di strade che si intrecciano costantemente l’una con l’altra. Sebbene la trama parta e si sviluppi sul cambiamento del personaggio di Spacey comincia infatti quasi da subito a ramificarsi in altri personaggi, ciascuno con la sua vita in background, ciascuno con un suo percorso passato e alla soglia di uno futuro. L’unico comune denominatore è per tutti l’essere di fronte ad un momento di svolta, quel momento in cui ci si legge dentro e si fa i conti con il proprio io più profondo e nascosto, con le proprie insoddisfazioni, con le bugie che ogni giorno ci raccontiamo per stare meglio, con il desiderio di auto-accettazione. Il film sembra volerci dire che in fondo siamo tutti sostanzialmente infelici, e che è solo dando voce a chi siamo veramente che possiamo ritrovarci e accettandoci vivere in un vero stato di grazia. “È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo”!

Essere sé stessi fino in fondo in una società che vuole necessariamente incasellarci e costringerci a vivere una vita prefissata non è tuttavia cosa semplice e comporta, soprattutto nel “passaggio” dalla finzione di tutti i giorni alla sincerità del nostro essere, la rottura dell’equilibrio antecedente con le necessarie conseguenze. Lester sembra impazzito nel suo dire (urlare!) le cose in faccia e nel comportarsi come un ragazzino, la moglie Carolyn (Annette Bening) già evidentemente sull’orlo di una crisi di nervi crolla e tira finalmente fuori tutto ciò che pensa, la finta sicurezza della giovane Angela si sgretola e ci mostra quanto il creare un’immagine finta di sé possa essere deleterio, il colonnello Fitts (personaggio che più di tutti rappresenta l’essere vittima oppressa delle convenzioni) avrà invece una reazione violenta di totale non accettazione. Il bello è quindi il pensare che uscire dalla convenzione è una scelta difficile e necessaria ma spesso e volentieri (per non dire sempre) risulta una strada senza ritorno che necessita di tempo per portare ad un effettivo happy ending.

Il regista riesce a passarci tutte queste diverse reazioni, sensazioni ed emozioni con uno sguardo agrodolce, con una comicità nera intervallata da del vero dramma, in una visione completamente opposta a quella patinata che ci si aspetta nelle case con la staccionata bianca tipiche della provincia americana. La regia del film è famosa anche per alcune meravigliose scene oniriche (la classica è presente nella maggior parte delle locandine del film, con Angela nuda coperta di petali di rose rosse) che non fanno altro che sottolineare la discrepanza tra il mondo reale rispetto a quanto ciascuno di noi ha nella propria mente, nel proprio profondo. Il tutto viene aiutato anche dalle musiche di Thomas Newman, che oltre ad essere meravigliose sono state rivoluzionarie a inizio anni 2000: quegli xilofoni che a memoria non avevo mai sentito così presenti nelle colonne sonore al cinema sono stati ripresi per anni sul piccolo e sul grande schermo, diventando un segno quasi distintivo di un certo modo di dirigere non sempre convenzionale. Davvero originali ed efficaci. Le interpretazioni sono da manuale, soprattutto (neanche a dirlo) quella di Kevin Spacey che gli è valsa un Oscar come migliore attore protagonista, ai tempi in cui quello stesso finto perbenismo americano del film doveva ancora escluderlo da Hollywood.

Inutile girarci intorno: American Beauty è oggettivamente un masterpiece che ha traghettato il mondo del cinema (tutto il mondo del cinema) fuori dagli anni ’90.

AMERICAN BEAUTY
Sam Mendes, USA 1999, 121’
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.