Amarcord

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amarcord.png Amarcord, ovvero “a m’arcord”, “Mi ricordo” nel dialetto romagnolo del suo regista Federico Fellini. Già dal solo titolo si può intuire il taglio e il senso di una delle pellicole più celebri del cinema italiano: l’assoluta centralità dei ricordi del suo fattore, il richiamo ad una Italia popolare perduta ma ancora viva nella mente di chi l’ha vissuta e viva ora nel cuore di quanti hanno amato questa pellicola.

Trama: “La vicenda, ambientata dall’inizio della primavera del 1932 all’inizio della primavera del 1933 in una Rimini onirica ricostruita a Cinecittà, come la ricordava Fellini in sogno, narra la vita nell’antico borgo (o e’ borg, come a Rimini conoscono il quartiere di San Giuliano) e dei suoi più o meno particolari abitanti: le feste paesane, le adunate del “Sabato fascista”, la scuola, i signori di città, i negozianti, il suonatore cieco, la donna procace ma un po’ attempata alla ricerca di un marito, il venditore ambulante, il matto, l’avvocato, quella che va con tutti, la tabaccaia dalle forme giunoniche, i professori di liceo, i fascisti, gli antifascisti e il magico conte di Lovignano, ma soprattutto i giovani del paese; adolescenti presi da una prepotente “esplosione sessuale”. Tra questi è messo in particolare risalto il personaggio di Titta Biondi (pseudonimo per Luigi “Titta” Benzi, amico d’infanzia di Fellini) e tutta la sua famiglia: il padre, la madre, il nonno, il fratello e gli zii, di cui uno matto, chiuso in un manicomio”.

A mio parere non ha molto senso paragonare questo lavoro ad altri film se non al “Roma” dello stesso Fellini. Il regista qui esprime infatti al meglio il suo approccio filmico nella descrizione di una società, che in questo caso è il “micro cosmo” di un borgo. Anche in “Roma” aveva cercato di dare voce ad un luogo e alla sua comunità tramite i suoi abitanti visti in momenti differenti e mai come veri e propri “protagonisti”, ma qui con l’introduzione di una componente più autobiografica e con l’aggiunta della dimensione-tempo (ovvero vedere il paese da una primavera fino alla primavera successiva) riesce a mio parere a dare vita ad un’opera più interessante e matura.

Le vicende sebbene suddivise in “scenette” slegate l’una dall’altra hanno il filo conduttore di una famiglia e dei suoi componenti (madre, figli, zii etc.). Questa idea permette allo spettatore di affezionarsi ad alcuni personaggi in particolare, anche se la presenza di figure esterne alla famiglia è sempre presente, anche in prima persona.

Il paese ci viene descritto tramite i suoi abitanti nella maniera più reale e piena possibile: con attimi di vita vera. E con vita vera non si intende l’essere semi-documentaristici, ma il descrivere diverse situazioni come si possono vivere tutti i giorni, anche dove necessario cambiando il registro della pellicola. Ecco quindi che le scene a scuola con le marachelle dei ragazzi sono addirittura comiche (sottolineo che tra i protagonisti c’è anche Alvaro Vitali, scoperto proprio da Fellini e da lui plasmato qui nel ruolo del “Pierino”), le scene di vita famigliare passano dall’agro-dolce ad addirittura il drammatico, le scene in cui effettivamente non succede nulla diventano vera e propria epica in quanto raccontate dagli occhi stupiti dei personaggi che le vivono.

Per fare tutto questo al di là di una buona penna nello scrivere la sceneggiatura era fondamentale avere anche quello che Fellini possedeva: un gran gran cuore. Ogni scena nella sua diversità è descritta con l’amore infinito di una persona che ricorda la sua infanzia, e che trasmette e infonde quel senso di vita reale e di sentimento in ogni fotogramma. Ecco per esempio che una nave da crociera che passa vicino al porto della città diventa occasione per parlare della visione del mondo della gente semplice di 80 anni fa, come un momento di altissima epica cinematografica perché ricolmo di ricordi.

Meravigliose (neanche a dirlo) le musiche di Nino Rotae un tema che ancora oggi al pari di quelli di “Il Padrino” e “8 1/2” riesce a trasmettere emozioni senza filtro. Direi ottime anche le interpretazioni che lontane dalle accademie d’arte drammatica ridanno vita alla gente semplice di un tempo.

Amarcord rimane a mio parere un capolavoro assoluto, un film “da vivere” più che da guardare, un lavoro che sa divertire, commuovere, intrattenere, un documento che tramite i sentimenti e le situazioni di ieri descrive più storicamente di qualsiasi libro i tempi andati.

AMARCORD
Federico Fellini, Italia 1973, 127′
VOTO (Max 5)

VOTO RISATA (Max 5)
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About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.