Alien

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Vista l’imminente uscita di Alien: Covenant (il 18 maggio) ho deciso di rivedere il capostipite della fortunata serie degli xenoformi. E sorpresa! Non l’avevo ancora recensito. Trattandosi comunque di quello che giudico come uno dei migliori film di fantascienza mai fatti (nonché il mio preferito di Ridley Scott) spenderò qualche parola in più…

Trama: “Al ritorno di una missione interplanetaria la Nostromo, gigantesca astronave da carico, capta un SOS da un pianeta sconosciuto. Scesi sulla sua superficie dovranno affrontare una creatura mostruosa che si introdurrà nella loro astronave seminando terrore e morte tra i sette membri dell’equipaggio”.

Un capolavoro punto e basta, soprattutto se inserito nel suo anno di uscita, il 1979. Sottolineo l’anno perché questo film a mio modo di vedere è stato “rivoluzionario” in due sensi: ha portato ad un altro livello molte idee viste in altri lavori ed è stato contemporaneamente modello per molti successivi. È stato il “film giusto al momento giusto”, e nemmeno troppo a caso vista la sua pre-produzione.

Faccio un po’ il guastafeste nel dire che sebbene siamo di fronte ad uno dei più celebri film di Ridley Scott e nonostante l’indubbia impronta del regista (al quale ha lavorato molto anche prima di iniziare a girare creando per esempio lo storyboard dettagliato includente il design dell’astronave e delle tute spaziali – omaggio a 2001: Odissea nello spazio e Star Wars), Alien deve la sua scintilla di vita iniziale allo scrittore Dan O’Bannon e visivamente al pittore e designer svizzero Hans Ruedi Giger, a cui Scott si è unito solo a produzione già avviata (Quando la 20th Century Fox aveva già finanziato il progetto ed era alla ricerca di un regista). Si tratta del classico caso in cui le arti si mescolano e influenzano a vicenda arrivando in fase finale alla sintesi nel cinema, che racchiude tutto il resto: aspetto visivo, storia/sceneggiatura e musiche.

Nello specifico O’Bannon (che in ambito fantascientifico aveva già scritto il “Dark Star” di Carpenter) affascinato dai lavori di Giger che trovava particolarmente “disturbanti” e dal forte impatti emotivo, fece la prima stesura di Alien per dare una storia ai mostri e alle ambientazioni inquietanti di quei dipinti, come a voler dare vita a quegli incubi su tela.

Se la direzione dell’aspetto visivo della pellicola era già abbastanza chiara vista la sua fonte artistica, per il completamento della trama lo scrittore rubò qui e là gli aspetti più interessanti di diverse opere di science fiction a tema horror uscite negli anni precedenti, come per esempio il “The Thing” pre-Carpenter (“La cosa da un altro mondo”, 1951) per l’idea di un gruppo di persone in uno spazio circoscritto alle prese con una minaccia sconosciuta.

Altra fonte a mio modo di vedere particolarmente chiara sia dal punto di vista di trama che per l’aspetto prettamente registico/visivo (anche se qualche anno dopo l’uscita del film sia lui che Scott dichiararono di non averlo mai visto) è il “Terrore nello spazio” di Mario Bava (1965 – trovate la mia recensione qui). La prima fortissima similitudine che salta all’occhio è l’ambientazione del pianeta Acheron LV-426, rappresentato come un mondo cupo, roccioso, senza vita e con una fitta e persistente nebbia: Bava per ricreare il pianeta del suo film aveva usato queste caratteristiche perché avendo un budget molto risicato doveva rendere credibile e spaventoso un set fatto di sole pietre finte “riciclato” dalla produzione di qualche film peplum (ovvero ambientato nell’antica Roma, come andava di moda in Italia in quegli anni) . Altra cosa ripresa pari pari (forse la più importante), è quel senso di ansia che la pellicola riesce a ricreare  lasciando spazio ad ampissimi silenzi, magari con in sottofondo il rumore persistente del vento (cosa tipica di tutta la filmografia di Bava) o del motore dell’astronave. Più che di similitudine parlerei invece di citazione (non saprei come altro chiamarla) quando l’equipaggio della Nostromo trova all’interno dell’astronave aliena abbandonata sul pianeta i resti di una enorme creatura, che da l’incipit “vero” della trama: lode e gloria a “Terrore nello spazio” e a Mario Bava quindi, che sebbene bistrattato all’epoca (in Italia!) volente o nolente ha influenzato molta cinematografia successiva (se vi interessa approfondire leggete anche il mio commento “Profondo Rosso e Mario Bava”).

A sinistra “Terrore nello spazio” , a destra “Alien”

Chiudo questa parentesi sulle fonti d’ispirazione di Alien parlando dell’aspetto degli Xenomorfi e degli effetti speciali per i quali il film vinse l’Oscar nel 1980. Questi alieni che tanto hanno impattato sulla cultura popolare cinematografica, come segnalato prima sono frutto della mente di Hans Ruedi Giger, e nello specifico traggono ispirazione dal suo quadro Necronom IV. Ma è giusto ricordare che sia per la loro creazione che per tutto l’aspetto visivo del film a collaborare con l’artista c’era anche tale Carlo Rambaldi (vincitore dell’Oscar con Giger), artista italiano noto a livello internazionale e accreditato tra gli altri come curatore degli effetti speciali insieme a Mario Bava proprio di “Terrore nello spazio”. Per chi avesse ancora qualche dubbio 😉

Necronom IV di Hans Ruedi Giger

Se per l’atmosfera claustrofobia ed i grandi silenzi questo lavoro si è ispirato ad altri (anche se a mio parere è stato anche fonte di ulteriore ispirazione come per “The thing” – questa volta quello di Carpenter) posso dire che sia stato certamente innovativo sotto altri punti di vista, per i quali bisogna sicuramente ringraziare Ridley Scott. Primo fra tutti l’elemento splatter, presente in poche scene ma assolutamente rilevante per il tono del film: quei pochi tocchi di sangue sono gestiti per farli rimanere come uno shock per lo spettatore, circoscritti ma molto impattanti. Aspetto similare qui presente e che farà scuola nel corso degli anni ’80, è l’elemento che potrei banalmente chiamare “dello schifo”, sulla scia del body horror che Cronenberg aveva inaugurato con “Il demone sotto la pelle” del ’75, ovvero quell’orrore che passa dal mostrare particolari fisici deturpati: con l’alieno (soprattutto nella scena delle uova e nell’attacco nella sua prima forma) non si indugia nel mostrare sue peculiarità fisiche, tra senso di viscido e bava (!!).


Altro aspetto per me estremamente positivo è il semplice pensare di girare e mantenere alta la tensione in un film utilizzando sostanzialmente una sola ambientazione. È vero che all’inizio della pellicola sono presenti anche scene sul pianeta alieno, ma il resto del lavoro gira tutto nei corridoi della navicella spaziale Nostromo, che per quanto grande rimane sempre unico luogo, per di più chiuso, per le vicende. È un po’ lo stratagemma classico alla “10 piccoli indiani”, ovvero l’isolamento dall’esterno con una minaccia all’interno che non si conosce pienamente. Scott per rendere questa atmosfera ancora più inquietante e ansiogena decide però con alcune scene di giocare con lo spettatore “rilassandolo” all’interno della nave, come a creare un senso di casa, di pace, di calma apparente prima di distruggere l’equilibrio e far piombare l’equipaggio nel terrore. Ecco quindi che a differenza di molte altre pellicole fantascientifiche i protagonisti non indossano le classiche “uniformi spaziali alla Star Trek”, ma sono in abiti più sbottonati, quasi del tutto civili, come ecco spiegato il perché della scena in cui mangiano tutti insieme bevendo birra e cibo “alla svelta”, come se fossimo in una normale serata tra amici a casa propria, come ecco il perché della presenza del gatto sulla nave, un elemento che vuole dare nuovamente un senso di casa, di tranquillità. In quanti altri film fantascientifici ci sono animali da compagnia sulle astronavi (tipo un Dart Fener con al guinzaglio un cane)?

Volevo infine parlare di un’ultima cosa: Sigourney Weaver. Questo è stato il suo primo ruolo importante che l’ha consacrata a mio modo di vedere come una vera icona di Hollywood, al pari di un Daniel Radcliffe con Harry Potter o di un Mark Hamill con Luke Skywalker; ha fatto decine di film nella sua carriera ma per me è e rimane sempre Ellen Ripley, il tenente della Nostromo alle prese con uno xenomorfo. Il suo personaggio della ragazza che da sola deve farcela senza l’aiuto di uomini, mi ha ricordato come genere le protagoniste delle varie pellicole horror che dagli anni ’70 in poi hanno popolato le sale cinematografiche: dalla Laurie (Jamie Lee Curtis) di “Halloween” alla Nancy di “Nightmare”, fino ad arrivare alla Sidney di “Scream” (e successive altre protagoniste dei film di Craven).

Anche in questo come negli altri aspetti analizzati, Alien è stato sia un film “nei canoni” di genere sia un precursore, un lavoro ben fatto sotto ogni punto di vista che visto l’impatto che ha avuto sul mondo del cinema difficilmente può non essere considerato un capolavoro.

ALIEN
Ridley Scott, USA/Regno Unito 1979, 117’
VOTO (Max 5)
10

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.