A proposito di Davis

Letto 1232 volte

A_proposito_di_davis.png Era dai tempi di “The Help” che non provavo in sala questo “stato di grazia”, con stampato un sorriso in faccia da inizio a fine pellicola. Ebbene sì, i fratelli Coen ce l’hanno fatta ancora. Ancora una volta stupiscono e sfornano un vero e proprio gioiello.

Nel giudizio su questo “A proposito di Davis” molto probabilmente non sarò del tutto obiettivo; da musicista (seppur non professionista sia ben chiaro!) una storia che tratta la tematica del vivere di musica, del sogno di realizzarla sempre, dell’emozione che possono trasmettere una voce e una chitarra, non poteva che prendermi emotivamente. E parecchio aggiungo.

La trama è questa: “New York, 1961. Llewyn Davis è un cantante folk del Greenwich Village, il suo partner musicale si è suicidato gettandosi da un ponte, il suo album solista non vende molto. Solitamente si esibisce al Gaslight Cafe ma non ha un soldo, passa le notti sui divani dei suoi amici che lo ospitano. Un giorno accetta un passaggio fino a Chicago per fare un’audizione di fronte a Bud Grossman…

Il film si apre nel migliore dei modi. Una fotografia con la saturazione dei colori al minimo, un faro acceso su un palchetto, una chitarra che suona ed una voce che definire calda sarebbe solo un eufemismo. Una musica che ape il cuore, chiaramente densa di emozione e sentimento ma con parole ciniche, taglienti, “pesanti”, parole di quel genere di cantautorato che piace solo al pubblico giusto. La vita del protagonista come quella canzone è piena di situazioni difficili, di ansie, di paure e soprattutto di una grande frustrazione che nonostante l’ottimismo e l’energia che ci mette per tutta la durata del film, è destinata a proseguire in un loop infinito.

A leggere queste righe uno potrebbe dire “mamma che film deprimente!”…ma non è così. Dietro la macchina da presa Joel ed Ethan Coen si fanno sentire e si vedono in ogni scena con la loro capacità di trattare temi e situazioni non del tutto facili con una incredibile leggerezza e soprattutto con la loro tipica comicità cinica. Si ride insomma, e si ride parecchio a parer mio. Certo, mi rendo conto che non tutti possano apprezzare questo genere di battute, ma chi li ama come li amo io certamente ne sarà molto soddisfatto. Preparatevi quindi alle frecciate, alle parolacce anche volgari buttate lì e a tutto quello che avete già apprezzato negli altri lavori dei due registi.

Altra loro caratteristica tipica che adoro e che anche qui si fa ben sentire è la caratterizzazione dei personaggi. Ogni figura presente nel film è scritta come Dio comanda, ha un suo aspetto ben definito (o addirittura “caricaturale”), un suo genere di comportamento, e se vogliamo una sua valenza univoca. Sì perché non ci sono cambi di umore, ripensamenti o progressioni d’animo; ogni personaggio è così dalla sua prima all’ultima scena, quasi come se si trattasse di un film di Sergio Leone. E’quel “bidimensionale” talmente pieno di particolari e ben fatto che risulta incredibilmente attraente. Dalla segretaria che scrive a macchina al produttore un po’ svampito, dall’autista bello e dannato alla ragazza che non sa dove sbattere la testa o al semplice bambino che viene inquadrato dieci secondi finche mangia i cereali, tutti hanno una loro personalità forte, una loro polarità che spicca. E tutto questo è merito solamente di una sceneggiatura davvero coi fiocchi, di quelle che solo loro e pochi altri potrebbero fare.

Questa “staticità” a livello di caratteristiche dei personaggi si sposa alla perfezione con il senso ultimo del film che è sostanzialmente l’incapacità di Davis di uscire da un loop persistente di fatti e situazioni poco piacevoli. E’ un bravissimo musicista ma non riesce mai a sfondare, non riesce a guadagnare quel poco che basterebbe per vivere una vita dignitosa. Ma la cosa che viene sottolineata è che nemmeno lui è uno “stinco di santo”, anche se non pienamente per sua sola colpa. Questa frustrazione, questo perpetuarsi di situazioni poco incoraggianti infatti finiscono spesso per frustrarlo, sfinirlo, stancarlo a tal punto che la sua reazione è a volte ingiustamente aggressiva, anche nei confronti di chi oltre a non avergli fatto nulla di male cerca pure di dargli una mano. Ma chi semina vento raccoglie tempesta facendolo restare in una situazione molto “karmika”, nella quale il destino continua a proporgli sempre le stesse prove fin quando la lezione non viene imparata…ovvero nel nostro caso specifico mai.

Le musiche nel film sono una cosa davvero da pelle d’oca, sarà che un po’ mi hanno ricordato la meravigliosa colonna sonora di “Into the wild” da una parte e di “Fratello, dove sei?” dall’altra (il primo è un film di Sean Penn il secondo dei Coen ndr), fatto sta che le ho trovate perfette. Tutte canzoni “chitarra alla mano” che aprono il cuore, che scaldano dentro e che fanno percepire ancora di più la frustrazione di Davis che nonostante la bellezza di quei brani suonati e cantati con la sua voce, non riesce a guadagnarsi da vivere. E tutto questo mentre chi ce la fa è perché ha abbandonato melodie intense e testi pieni di significato per incidere canzonette tanto divertenti quanto vuote.

Ultimo punto di forza della pellicola (anche se potrei scriverne ancora per ore…) sono le interpretazioni. Tutti, ma davvero tutti gli attori sono stati perfetti nelle loro parti, sia quelli più conosciuti che qui citerò senza lanciarmi in lodi sperticate (anche se dovrei, ma non voglio tarmarvi) alias Carey Mulligan, Justin Timberlake e John Goodman, sia quelli meno conosciuti a partire dal protagonista Oscar Isaac fino ad arrivare all’ultima delle comparse.

A proposito di Davis è, dopo tutta questa pappardella, un vero capolavoro, un altro film dei Coen che lascerà il segno. Da vedere!

A PROPOSITO DI DAVIS
Inside Llewyn Davis
USA 2013 (uscita italiana 2014), 105′
VOTO (Max 5)

About ilpina

ilpina
Creatore, curatore, amministratore, webmaster e in sostanza dittatore supremo e monarca assoluto di The Ed Wooder. Amo darmi alla latitanza quando il tempo me lo permette.